Evangelion, la verità dell’opera e il pubblico ludibrio

Nelle scorse settimane, in alcune enclave dell’onlife, infiammava, svettante e volubile, l’ennesima furibonda polemica. Una vicenda marginale, si direbbe, relegata a una delle infinite nicchie o fandom in cui è suddiviso il gran regno dell’Attenzione parziale continua. Senonché i temi coinvolti, pur a una distanza che ormai muta i giorni in ere geologiche, continuano ad apparire d’una certa, ricorrente, importanza. Tali appaiono col senno del Noi, che non è il senno che segue, bensì quello che duole e persegue.

Ruotava, tale minutissima querelle, attorno al nuovo adattamento italiano della serie tv “Neon Genesis Evangelion” (1995), capolavoro anime del giapponese Hideaki Anno.
Un’opera, densa e stratificata, che unisce sci-fi e filosofia, psicanalisi, metafisica e combattimenti tra robot titanici.

A parlarne adesso, pare trascorso un secolo. Non breve, peraltro, ma istantaneo, solubile.

Il 21 giugno Netflix rilascia la nuova edizione italiana, con un inedita traduzione e un rinnovato adattamento – quest’ultimo, come nella prima edizione, a cura di Gualtiero Cannarsi, figura storica del settore, già collaboratore dello Studio Ghibi di Miyazaki e Takahata.
Dopo poche ore, su siti dedicati, forum e social, si scatenano le reazioni – come al solito impazzite – dei fan. A detta della maggioranza nerd i dialoghi italiani sono letteralmente incomprensibili. Non sbagliati, a questa prima detta: incomprensibili. La lingua utilizzata – complessa, alta, ricercata – “fa cagare, è aulica, non si capisce”. Il concetto esplode nelle mille forme che sono la forma dello shock. Sono tutti sotto shock. Si trascinano da un sito all’altro, da un forum all’altro, da un social al medesimo social.
Gualtiero Cannarsi, l’adattatore, dal canto suo a) ammette in un’intervista di non sapere nemmeno così sia Netflix, b) difende nella maniera più assoluta, rigorosa e consapevole la fedeltà all’opera originale e non certo al suo pubblico.
Due affermazioni che, nella distopia continua che ci è dato vivere, portano direttamente alla pubblica esecuzione. E infatti…

Dopo una settimana angosciante, nella quale si sono scritte petizioni, aperti gruppi, organizzate dirette video, creati meme, scatenate shitstorm, Netflix rimuove il doppiaggio italiano e promette, a furor di gente, un nuovo adattamento.

Le reazioni al nuovo adattamento, in realtà, erano nate già in fase di doppiaggio, tanto che i doppiatori avevano più volte minacciato di abbandonare il lavoro. Al pari dei fan, avevano trovato i dialoghi incomprensibili, non riuscendo nemmeno a individuare le pause necessarie.
In più, e qui la faccenda si fa interessante, sembra che anche gli adattamenti spagnolo e inglese avessero generato reazioni simili. Non al livello parossistico e italiano delle reazioni italiane, ma della stessa stregua.

(Per chi cercasse più dettagli: Giammaria Tamarro ricostruisce su La Stampa l’intera vicenda, intervistando anche i protagonisti diretti: https://tinyurl.com/y6cmqo4r)

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Il 24 giugno, dopo decine di video di youtubers rabbiosi (esempio 1, esempio 2), la community Astromica organizza su YouTube un confronto live tra una giuria di nerd – che non conoscono Evangelion – e l’imputato Gualtiero Cannarsi, adattatore di Evangelion.

La giurati sono collegati ognuno dalla propria cameretta; mentre Cannarsi è rappresentato da un fermo immagine.
I giurati non sanno letteralmente nulla, ignorano qualsiasi cosa e parlano di tutto; Cannarsi ha una profonda conoscenza del proprio oggetto di lavoro e parla di quello che sa. Già questo, lo si sarà intuito, potrebbe prelude a una condanna severissima (cospargere il reo di piume e catrame con un filtro Instagram per poi esporlo al pubblico ludibrio?).

Il video dell’Hangout è visibile a questo indirizzo: http://tiny.cc/ksbt9y

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Non vorrei con questo post entrare nel merito, stabilire se Cannarsi abbia (ri)fatto un buono o cattivo adattamento di Evangelion. So per certo che, rispetto a 20 anni fa, e a prescindere dalle questioni di diritti che hanno portato Netflix a commissionare una nuova versione, la sua intenzione è stata quella di ripensare in parte il suo lavoro precedente.

Gli adattamenti di Cannarsi sono sempre partiti da una fedeltà maniacale all’“intenzione dell’opera” (e qui s’apra e al tempo si chiuda la parentesi critica, soddisfatti d’avere, all’intenzione, almeno fatto prendere aria); un ossequio perenne alla complessità.

Così credo sia proprio qui il punto cruciale del discorso: lo sgomento che deflagra di fronte alla complessità; la confusione, tutta egotica, tra comprensione immediata e accesso all’essenza.
Temi importanti, certo, come a volte sono importanti opere pop del livello di Evangelion.

Perché la stessa cosa non si ripresenta con altri anime, come Dragon ball?, gli è stato chiesto recentemente.
“Quello è un adattamento banalizzante e sciatto. Nasconde la verità dell’opera e nessuno se ne accorge. […]
Se io riduco la complessità alla semplicità, instupidisco il contenuto. Ho sacrificato. Ho tolto. E non si può sacrificare il contenuto sull’altare della divulgazione. […]
La cosa più importante è che si rispetti lo spirito dell’opera. È proprio questo quello che dà accessibilità. Se ti do una cosa mistificata per semplificazione, ti sto ingannando. Io devo darti il vero. […]
L’accessibilità è all’essenza delle cose. Se le cambio, ti prendo in giro”.

Evangelion, quindi, è un’opera per pochi? è un’altra domanda che gli è stata posta.
“È un’opera per tutti quelli che si preparano a impegnarsi per capirla”.

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È pubblico, il ludibrio.

 

P. S.

Gli adattamenti di Cannarsi sono avversati da ben prima che si scatenasse la polemica su Evangelion. Prova ne è questa petizione a firma dei “i fan dell’animazione nipponica italiani” dal titolo psico-sovranista “Vogliamo le opere Ghibli pensate per gli italiani”. La sua lettura è molto istruttiva.

Ora, lo Studio Ghibli ha prodotto capolavori che vivono da anni nell’immaginario mondiale. Quello che adesso si chiede, quindi, è che le opere Ghibli siano “pensate per gli italiani”. 

Già non rendersi conto dell’assurdità di una tale affermazione pregiudica qualsiasi diritto alla critica. Ma è un’altra cosa a dar pieno conto dello spirito dei tempi: la definizione che si dà di adattamento: “il compito che si chiede a un adattatore è di rendere fruibile una sceneggiatura in modo che possa risultare comprensibile immediatamente a tutti sia che siano adulti, sia che siano bambini”.
A parte la confusione tra “sceneggiatura” e “opera”, l’idea è quella che prima d’ogni cosa tutto venga la “comprensione immediata”, e per giunta di “tutti”: adulti, bambini, fors’anche cose. E questo in nome di cosa? Di una “piacevolezza” della visione.