È un cristallo opaco, l’ultima opera di Michael Haneke

L’ultima opera di Michael Haneke, Happy End (2017), è un cristallo opaco; tanto più opaco quanto più accecante è il nitore che mette in scena. È una pietra smussata, un minerale levigato; e tanto più levigato quanto più sono appuntiti e taglienti i pezzi che dissemina nel racconto.
Un paradosso? un inciampo? una scelta?
Un approdo, direi, e forse non dei più felici.

Più che un film di Haneke, è stato scritto, è un film “alla Haneke”.
Per chi ha amato praticamente tutte le sue opere, infatti, è come assistere a un ‘best of’, una raccolta confezionata ad arte, precisina, con tutti gli alti e i bassi ben calibrati, un greatest hits remixato alla perfezione.
Ricorrono i temi, gli ambienti, le dinamiche, persino i personaggi (seppure con impercettibili scarti che ci fanno pensare a universi dolorosi e paralleli). Il gioco di rimandi, di autocitazioni, di riprese – per restare nella metafora musicale – è plateale, immediato.

A dispetto, però, di valutazioni estetiche, contenutistiche e altro, mi ha colpito un particolare.

Come sempre, nel caso dei maestri, mi piace annotare le connessioni tra le opere ultime e le opere prime, mettendomi nel movimento creato dalla mente. Saranno suggestioni, autosuggestioni, ma nella fine m’interessa sempre l’inizio e viceversa.

Qui, nell’happy end, la connessione avviene istantaneamente, prima che i fotogrammi si mettano in moto, sin dalla locandina che simbolicamente dialoga con quella dell’opera seconda, Benny’s video (1992).

Da una parte uno squarcio di mare ripreso da uno smartphone in un nitido full HD, l’osservatore all’asciutto, fuori dalla scena, fuori dallo schermo, dentro di noi. Dall’altra parte l’adolescente Benny che registra con la sua videocamera VHS, apparentemente immerso in acque profonde, dentro la scena e fuori di noi.
Due gli elementi invariati, eterni: l’acqua e lo sguardo che cattura (sguardo che, in entrambi i casi, assume la forma del puntino rosso del REC). Tutto il resto, sottoposto all’accelerazione dei tempi, è mutato. E la mutazione è avvenuta nel passaggio dall’analogico al digitale, dall’immagine che porta in sé il suo futuro decadimento (il VHS) all’immagine in alta definizione (che non decade ma tutt’al più può essere ottimizzata) dell’ultimo modello di smartphone in 4K.

Poi c’è Haneke, poi c’è il film.
Che può essere riuscito o non riuscito, ma che comunque è l’opera di un maestro.
Un po’ mi ha deluso, per tutta una lunga, o brevissima, serie di motivi che magari scriverò.

E poi, ora che riguardo quel puntino rosso presente nelle due locandine, non posso che pensare allo sguardo degli sguardi, all’archetipo avveniristico dei puntini rossi: l’occhio di HAL 9000 che ci guarda dal futuro precipitato di fronte a noi.