Il teatro di posa della mente

Nel dicembre dello scorso anno, negli spazi della Fundación Telefónica di Madrid, ho visitato la splendida mostra “Hitchcock, más allá del suspense” (Hitchcock, aldilà della suspense).

In una delle sale veniva esposta in tripla proiezione REAR WINDOW LOOP (2010), l’installazione dell’artista Jeff Desom dedicata a uno dei massimi capolavori del secolo scorso: La finestra sul cortile (Rear Window, 1954).

Non è la prima volta che un’opera di Hitchcock viene rivisitata da un artista contemporaneo: Douglas Gordon con 24 HOURS PSYCHO (1993) si era appropriato di un altro vertice hitchcockiano, rallentandolo sino alla velocità contemplativa di due fotogrammi al secondo, ottenendo così un flusso perfettamente coincidente con il ritmo circadiano: un affronto e un affondo nella sostanza stessa di quello strumento della percezione umana che è il tempo (DeLillo cita l’opera di Gordon in maniera magistrale nel suo Point Omega).

Desom compie un’operazione diversa ma in un certo modo affine: ricostruisce, in un’unica panoramica di venti minuti, tutte le sequenze osservate nelle varie ore della giornata da Jeff, il fotoreporter interpretato da James Stewart.
Intreccio thrilleristico e suspense scompaiono, così come scompaiono tutti gli osservatori che nella pellicola si avvicendano. L’effetto è l’immersione totale all’interno del mobilissimo occhio dell’immobile protagonista. Nessuno vede, ma tutto è visto; così che, nella forma del vedere, seduto sul linoleum di una grande sala, si sta. Il testimone non c’è più: è rimasto solo l’atto senza posa del guardare.

E così, ricomporre lo spazio visivo e riplasmare il tempo narrativo sono gli espedienti che Gordon e Desom utilizzano convergendo verso il medesimo punto: l’osservatore che osserva se stesso nell’atto di osservare, la percezione che percepisce se stessa.

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Ho ripensato a tutto questo leggendo in questi giorni un bel testo di Roberto Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe“, e rivedendo infine il film di Hitchcock. Uno dei brevi saggi contenuti nel volume – Il teatro di posa della mente – è dedicato proprio a “La finestra sul cortile”.

Calasso propone del film una interpretazione “vedantica”; e lo fa a partire da una frase stessa di Hitchcock, come al solito “buttata lì” tra annotazioni tecniche, ironiche, stranianti: “La finestra sul cortile è totalmente un processo mentale, condotto attraverso mezzi visivi”.

Riporto dunque alcuni passi del saggio di Calasso:

“Rear Window è una finestra che si apre su ciò che perennemente sta dietro il mondo: il teatro di posa della mente…
C’è un occhio sovrano, immobile: l’atman, il Sé. Traduciamo nell’ironia occidentale di Hitchcock: l’occhio di un fotografo (l’occhio per eccellenza) con una gamba ingessata. Nel sovrapporsi di un binocolo o di un imponente teleobiettivo all’occhio del protagonista è implicita non soltanto la capacità di autointensificazione dell’atman, ma la capacità dell’ occhio sovrano di sdoppiarsi indefinitamente: esiste sempre un metasguardo sovrapponibile allo sguardo, ma il passo decisivo è il primo: quello con cui il Sé si distacca dall’Io, il fotografo che guarda dall’assassino che viene guardato.
Ma dov’è andato a finire il mondo, allora? La mente può facilmente tagliarlo fuori, ma non del tutto. Rimane sempre almeno uno spicchio, che ferisce e permette la fuga. Per questo, su un lato del cortile, si apre un vicolo, che dà sulla strada. La strada è il mondo come è… 
Tutto il resto si svolge all’interno di una mente, fra l’occhio del fotografo e i suoi fantasmi.
Quell’occhio è sovrano.

…Secondo la dottrina vedantico-hitchcockiana, l’atman, il Sé, non è un’entità isolata, ma sempre connessa a una controparte, l’aham. L’Io o più esattamente l’ahamkara, quel processo di “fabbricazione dell’ io” che dà a ciascuno l’impressione di avere un’identità…

… La partita fra atman e aham è eterna, e non si arresta mai.

Aggiungerei un’ultima glossa. La finestra sul cortile è l’Occidente stesso, nella sua forma più ammaliante e irriducibile. Ma forse, per capire se stesso, l’Occidente ha bisogno anche di categorie nate altrove. Altrimenti, rischia di vedersi più arido e informe di quanto già non sia…”

Fonte: Facebook