Nel corso degli anni

Nel corso degli anni di frequentazione delle reti sociali molte volte mi sono imbattuto in dichiarazioni d’insofferenza e proclami d’abbandono.
Porte sbattute, fuoriuscite improvvise e silenti, lamentazioni, partenze, ritorni, giri larghi, agnizioni, scomparse: tutto il catalogo umano dell’apparenza e della disapparenza mi si è parato davanti pagina dopo pagina, ora disteso, ora rapidissimo. Io stesso, e più volte, ho avuto la tentazione di mollare o quantomeno sospendere.

Bazzicando la Rete da decenni e ben prima dei social, mi è sempre parsa, questa landa elettrica, un territorio estremamente frastagliato, più simile ai fiordi che alle praterie. Un paesaggio eroso ed erosivo: corsi d’acqua marina che si insinuano nella costa inondando antiche valli; insenature dotate di pareti altissime, ripide e scoscese, eppure così ricche di foreste; una geografia terrestre e cerebrale. Come abitante di questa terra, e terra io stesso, ho subito gli squassi e le derive di un continente in continua mutazione.

E quindi si diceva: gli abbandoni, l’insofferenza.
Sempre più spesso leggo definizioni trancianti e sdegnose di questo luogo che, pur anche privi di passione, così appassionatamente abitiamo: latrina, immondezzaio, adunata di imbecilli eccetera. Un luogo che non mai il luogo dove realmente parlare o discutere, né il luogo in cui realmente essere. Perché la vita vera – si dice – è altrove: è nella strada, nei luoghi d’incontro, nelle stanze: la vita vera non sarebbe qui, bensì, tautologicamente, laddove esiste la vita vera. La vita vera.

Nei medesimi anni in cui ho vissuto la Rete, scandagliando me stesso nell’altro e l’altro in me stesso, mi sono impegnato a osservarla e studiarla. Non mi sfugge, quindi, che vi si stia combattendo una guerra. Una guerra totale per il controllo della nostra mente e del nucleo più intimo della nostra identità, e che come tutte le guerre ha il suo lascito di devastazione materiale e immateriale, lutti, traumi, psicosi. In tutto questo, vibra uno scenario che è magnifico e terribile: l’approdo a un territorio nel quale l’umano si ritrova vivisezionato e disincarnato, con la memoria migrata nel Cloud, la lingua prosciugata e ridotta a codice algoritmico, i desideri gli impulsi degradati in reactions pavloviane, la lucidità soppiantata da una cupa e disperata ironia che ci riduce a testimoni e vassalli di una impotenza gregaria.

Però c’è anche dell’altro. Perché c’è sempre dell’altro, anche quando pare impossibile.
Ci sono, perché le ho trovate, le persone; ci sono gli amori, li ho trovati; ci sono le amicizie fondamentali. Ciò che ho trovato e ciò che ho perduto. E quindi anche un senso, un significato, o quantomeno qualcosa che resta pur sempre a portata di mano.

Ora, francamente non so perché sto scrivendo tutto questo.
Forse perché mi sento ferito quando qualcuno ferisce il luogo in cui tutto questo è accaduto e può accadere.

(forse continua)