Il più sublime Cantico di Roberto Latini

Al centro del palco, su una panchina verde, una figura umana dorme adagiata. Gli addetti del teatro hanno da poco aperto le porte d’ingresso alla sala e i primi spettatori affluiscono lentamente. Qualcuno, con uno scatto degno d’altre corse, fulmineo, bramoso d’arte e posizioni, sorpassa chi scrive e guadagna il tragitto verso la poltrona in prima fila, ai piedi del corpo che ci accoglie. E mentre chi più veloce, e chi più lesto, trova il suo posto, la figura resta immobile tra il vociare, i colpi di tosse, il frusciare dei soprabiti.

È il nero, come quasi sempre.

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Lo sguardo di Arlecchino