Sulla persistenza in forma di spettro nella epoca italiana, ovvero del revival

Succede quello che continuamente succede: che l’epoca italiana non abbandona più i suoi figli.

Essi persistono nella forma indefinita dello spettro. È un perenne, cesareo, parto: accade, questo parto, da prima del primo, originario, concepimento. Tutto, invero, è concepito: i membri della nazione concepiscono all’unisono tutto il concepibile. Accade, questo, soffrendo inverosimilmente e senza dolore alcuno, nel cesareo. È il revival perenne che si esprime nei ritorni: nessuno è abbandonato dalla epoca, tutto è dimenticato nel perenne richiamo. I figli sono esplosi dall’interno, eppure sono figli intatti.

Succede quello che continuamente succede: che l’epoca italiana non abbandona più i suoi figli.

Succede al cantante, alla moda, al vezzo, alla locuzione, al colore, alla sostanza stupefacente, al gesto, alla forma dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla dinamica, a me stesso, al revival che diviene il revival del revival.

Prendete il sottoscritto (vieto, retorico artificio: più non si sottoscrive, si è sempre a scrivere da sopra; l’avatar, il proprio, presiede ogni cosa, in più chi si appone in calce nell’elettrico flusso?): prendete dunque il sottoscritto. Viene alla carne nella prima metà degli anni settanta. Muore di lì a poco, nell’anno del 1981, come Alfredino lo spettro nel pozzo. Con lui muore tutto, e tutto è al momento dell’epoca morto. Muoiono gli anni ottanta: vengono giù come nei crolli sismici; come nelle inondazioni che inondano con persistenza questo paese inondato, come la pietra che rovina da Pietro in avanti. Muore ogni cosa, ovvero trascorre. Ogni cosa, la medesima, viene soppiantata dalla cosa che viene, che è la medesima. Eppure non muore nulla, pur essendo cadavere, ovvero letteralmente caduto, ovvero ca.da.ver, caro data vermibus, carne data ai vermi. I vermi quindi sono ovunque, di tutto si cibano nel revival infinito che ha il nome del paese. Poi muoiono anche gli anni novanta, i duemila, i dieci.

Succede quello che continuamente succede: che l’epoca italiana non abbandona più i suoi figli.

Eccomi, dunque: ma non sono più io, quindi eccomi per sempre. Io sono lo spettro tra gli spettri che abita il luogo: esso nacque minuscolo, poi, come tutto, divenne grande quanto ogni cosa. Sono dunque lo spettro tra gli spettri che abita ogni cosa. Possiedo la lingua degli anni innumerevoli, succhio con labbra che furono le particelle sospese in questa aria che pervade, pronuncio nei segni le parole rese lunghissime dalle ere trascorse. Cosa fu il mondo se non quel è da sempre?

Io sono italiano: il revival italiano.