V’era a quel tempo nel mondo

V’era a quel tempo nel mondo una città fatta tutta di rumore.

Vi si arrivava attraverso due strade: quella a nord, lunga e accidentata, era un saliscendi di grida e stretipi che terminava in un’altura; l’altra, a sud, più rapida e dritta, era un’erta brulla disseminata di gemiti, sghignazzi e alti lai.
Alla fine di entrambe le strade si dominava dall’alto una valle, e nella valle si adagiava borbottante la città fatta tutta di rumore.
Il viaggiatore, sfiancato dal viaggio, giungeva a questo punto con le gambe spossate, gli occhi e la gola secchi.
Va da sé che la mancanza assoluta di punti di ristoro, l’asprezza del clima e una certa instabilità del terreno, avrebbero infiacchito anche l’individuo più ferrigno. Era quindi cosa comune, abbassando lo sguardo, incontrare al suolo una vasta distesa di ossa umane, crani, oggetti abbandonati. Tuttavia, tali carcasse, organiche e non, erano l’ultima traccia solida di qualunque materia: una volta iniziata la discesa verso la città fatta tutta di rumore, ogni cosa si tramutava in frequenza, vibrazione.
La città fatta tutta di rumore non aveva infatti mura, ma urla; non aveva edifici, ma sogghigni; non aveva elementi d’arredo, ma clamori; non aveva abitanti, ma strilli, baccano, risatine.

Fu così che, per farvi il mio ingresso, dovetti mutarmi in un sibilo.